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6 giugno 2017

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Quando il sole della cultura è basso i nani hanno l’aspetto dei giganti- Karl Kraus

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I pianeti al telescopio- qualche estratto da Palomar di Italo Calvino (da ) Coerentemente con il suo nome, il signor Palomar prova grande interesse per l’astronomia. Non ha competenze particolari, però si informa con scrupolo su tutto ciò che riguarda la scienza del cielo. La sua iniziativa di osservare i pianeti al telescopio (facendosi prestare un bel cannocchiale con un obbiettivo del diametro di 15 cm dai suoi amici astronomi) nasce infatti dal fatto che egli è venuto a conoscenza che nel mese di Aprile i tre pianeti esterni visibili ad occhio nudo, ovvero Marte, Giove e Saturno, sono e tre all’opposizione (cioè opposti al Sole nella volta celeste, in modo tale da poter risultare visibili ad est al tramonto del Sole, e di seguito per tutta la notte; un pianeta all’opposizione ha una distanza dalla Terra prossima a quella minima, e quindi ha una luminosità prossima alla massima: «Scendendo con lo sguardo, seguitando un arco immaginario che dovrebbe congiungere Regolo e Spica (ma Spica quasi non si vede), s’incontra ben distinto Saturno, dalla luce bianca e freddina, è più giù ancora ecco Giove, nel momento del suo massimo splendore, d’un giallo vigoroso che dà sul verde.» La descrizione dei pianeti visti al telescopio è l’espressione del piacere dell’osservazione alla ricerca di particolari minimi assai difficili da vedere, nella quale la passione rafforza la pazienza, ma anche del fascino che desta la consapevolezza di osservare qualcosa che è tanto al di fuori della dimensione umana per tempo e distanza, dell’emozione che si prova nella coscienza di ripetere un’operazione storica che ha proiettato l’uomo per la prima volta oltre gli stretti confini del suo cielo primitivo, spingendo i suoi occhi fin nel cuore di un irraggiungibile “dominio divino”, e dell’attesa impaziente che spesso si prova nell’aspettativa esagerata dello svelamento di profondi misteri cosmici. «…Per esempio, Marte si rivela al telescopio un pianeta più perplesso di quanto non sembri ad occhio nudo: pare abbia tante cose da comunicare di cui si riesce a mettere a fuoco solo una piccola parte, come in un discorso farfugliato e tossicchiante. Un alone scarlatto sporge intorno all’orlo; si può cercare di rincalzarlo regolando la vite, per far risaltare la crostina di ghiaccio del polo inferiore; macchie affiorano sulla superficie come nuvole o squarci fra le nuvole; … Insomma gli pare che se Marte è un pianeta dal quale da Schiapparelli in poi se ne sono dette tante, causando alternative e delusioni, ciò coincida con la difficoltà di stabilire un rapporto con lui, come con una persona dal carattere difficile. (A meno che la difficoltà di carattere non sia tutta dalla parte di Palomar; invano egli cerca di sfuggire alla soggettività rifugiandosi tra i corpi celesti)». «Tutto il contrario è il rapporto che egli stabilisce con Saturno, il pianeta che più dà emozione a chi lo guarda attraverso un telescopio: eccolo nitidissimo, bianchissimo, esatti i contorni della sfera e dell’anello; una leggera rigatura di paralleli zebra la sfera; una circonferenza più scura separa il bordo dell’anello; questo telescopio non capta quasi altri dettagli e accentua l’astrazione geometrica dell’oggetto; il senso di una lontananza estrema anziché attenuarsi risalta più che a occhio nudo. Che in cielo stia ruotando un oggetto così diverso da tutti gli altri, una forma che raggiunge il massimo di stranezza col massimo di semplicità e di regolarità e d’armonia, è un fatto che rallegra la vista e il pensiero. ‘Se avessero potuto vederlo come ora lo vedo io, – pensa il signor Palomar, – gli antichi avrebbero creduto d’aver spinto il loro sguardo nel cielo delle idee di Platone, o nello spazio immateriale dei postulati di Euclide; invece quest’immagine, per chissà quale disguido, arriva a me che temo che sia troppo bella per essere vera, troppo accetta al mio universo immaginario per appartenere al mondo reale. Ma forse è proprio questa diffidenza verso i nostri sensi che ci impedisce di sentirci a nostro agio nell’universo. Forse la prima regola che devo pormi è questa: attenermi a ciò che vedo.’» Ecco, l’astronomia, scienza galileiana sopra tutte, costruita rigorosamente sull’osservazione, diventa un prezioso riferimento per l’uomo, una “cura” contro il senso smarrimento nell’infinità dell’universo. Quindi Palomar passa ad osservare Giove: «nella sua mole maestosa ma non grave, Giove ostenta due strisce equatoriali come una sciarpa guarnita di ricami intrecciati, d’un verde cilestrino. Effetti di tempeste atmosferiche immani si traducono in un disegno ordinato e calmo, d’elaborata compostezza. Ma il vero sfarzo di questo pianeta lussuoso sono i suoi sfavillanti satelliti, ora in vista tutti e quattro lungo una linea obliqua, come uno scettro splendente di gioielli. Scoperti da Galileo e da lui chiamati ‘Medicea Sidera’, Astri dei Medici, ribattezzati poco dopo con nomi ovidiani – Io, Europa, Ganimede, Callisto – sembrano irradiare un ultimo bagliore di Rinascimento neoplatonico, come ignari che l’ordine delle sfere celesti si è dissolto, proprio per opera del loro scopritore. Un sogno di classicità avvolge Giove; fissandolo nel telescopio il signor Palomar resta in attesa di una trasfigurazione olimpica…La notte dopo, il signor Palomar torna sul suo terrazzo, a rivedere i pianeti ad occhio nudo: la grande differenza è che qui è obbligato a tener conto delle proporzioni tra il pianeta, il resto del firmamento sparso nello spazio buio da tutti i lati, e lui che guarda, cosa che non succede se il rapporto tra l’oggetto separato pianeta messo a fuoco dalla lente e lui soggetto, in un illusorio faccia a faccia. Nello stesso tempo egli ricorda di ciascun pianeta l’immagine dettagliata vista ieri sera, e cerca di inserirla in quella minuscola macchia di luce che perfora il cielo. Così spera di essersi appropriato veramente del pianeta, o almeno di quanto di un pianeta può entrare dentro un occhio.»

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